L’IA ti fa paura? Coltiva il tuo senso critico
Se l'intelligenza artificiale ci rende apprensivi, occorre imparare a mediare tra pericoli dell'algoritmo intelligente e vantaggi delle nuove tecnologie. Solo così sarà possibile fluire in maniera armonica con lo spirito del tempo.

Alzi la mano chi non ha mai avvertito un senso di disagio sentendo parlare di futuro tecnologico e transumanesimo. Bene! Scorgo con piacere che almeno un terzo di voi ha ancora le manine ferme a mezz'aria, sospese tra l'audacia del gesto e il timore di un'azione avventata. In effetti, parlando oggi di etica del futuro e innovazione tecnologica, si ha come l'impressione di sentirsi un tantino inadeguati. Ecco perché ho voluto esordire con questo post mostrando una certa simpatia per chi non ha ancora deciso da che parte stare. D'altronde, come dargli torto. Di questi tempi un'informazione superficiale rischierebbe soltanto di creare confusione, alimentando i soliti dibattiti chiassosi che sfociano in un nulla di fatto. Come se non bastasse, il troll di turno è sempre dietro l'angolo pronto a minare le convinzioni del popolo della rete a forza di fake news. E allora proviamo insieme a capirci qualcosa in più (ovviamente, l'esortazione riflessiva vale anche per il sottoscritto!) 😉.

Sono quasi le dieci di sera e sono ancora davanti al pc. Una fitta all'occhio mi suggerisce che forse sarebbe il caso di staccare, ma la mia mente si rifiuta di dare retta ai segnali del corpo. Anzi, mi blandisce in tutti i modi con la promessa di contenuti validi, evitandomi la sensazione di misundestanding sempre in agguato. Decido di assecondarla attardandomi ancora un po'. Mi soffermo sulla prima pagina di un dizionario on line scelto a caso, quello della Treccani. Digito nel campo di ricerca il lemma aggettivale transumano, realizzando con stupore che la forma nominale della parola dal suffisso in -esimo non esiste. Forse perché troppo fumosa, o in anticipo sui tempi, per essere menzionata in un dizionario. Mi accontento. Leggo testualmente: transumano ➟ "Più che umano, che trascende i limiti della condizione umana e assurge al divino..."

Fermiamoci per un attimo alla definizione appena letta. Cosa vi suggerisce? A me sinceramente fa pensare a una sorta di condizione ieratica al di fuori della portata dell'umanità attuale, ovvero non riconducibile alle tecnologie in nostro possesso. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: "Sì, come no. Qui parliamo di futuro prossimo. Voglio che tu mi dica adesso cosa succederà in futuro se diamo retta alle macchine!". Difficile rispondere con prontezza a questo genere di domanda. Certo è che alcuni timidi tentativi di Intelligenza Artificiale (IA o AI all'inglese) basati su un algoritmo che tutto sa e prevede fanno già parte del presente (vedi chat GPT, Google ecc.). Tuttavia, essendo tali forme di sviluppo intelligente ancora a uno stadio larvale, rischiano di creare scompiglio nell'universo semiotico basato sullo scambio interpretante tra messaggio e destinatario. E quando non funziona quello, non c'è comunicazione che tenga! Insomma, allo stato dei fatti, questi bislacchi tentativi di imitazione riescono soltanto a sminuire l'operato di tanti bravi professionisti della parola scritta e dell'audiovisivo (artisti, scrittori, sceneggiatori, copywriter, cantanti, fonici, scenografi, grafici ecc. Sì, persino sviluppatori!), che fanno della creatività un cavallo di battaglia. Già si scorgono qua e là i primi segnali deleteri. Basta farsi un giro sui social e altri media cosiddetti 'non tradizionali' per rendersi conto che è così. L'IA funziona solo se va a braccetto con persone in carne e ossa, occorre farsene una ragione.

Eppure qualcosa ancora mi sfugge. L'apocalisse tecnologica paventata da molti catastrofisti da tastiera sembra un'infausta predizione in divenire, e non mi convince affatto. Decido quindi di lasciar perdere i dizionari, rivolgendo l'attenzione altrove. Mi imbatto a questo punto nella definizione offerta da Wikipedia. Qui, a differenza dei vari dizionari on line, si fa un balzo semantico più esaustivo e di spessore, usufruendo di alcuni contributi interessanti presi in prestito dalla filosofia e dalla biologia. Leggo sempre testualmente: "Il significato del termine "transumanesimo" fu delineato in modo sistematico da Julian Huxley nel 1957, nel testo "In New Bottles for New Wine", dopo averlo a sua volta mutuato dall'amico Pierre Teilhard de Chardin che aveva coniato il termine già nel 1949. Nell'originaria accezione di Huxley, transumanesimo indica «l'uomo che rimane umano, ma che trascende sé stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana», collocandolo in uno scenario di emancipazione dell'umanità in cui quest'ultima assume consapevolmente il compito di guidare il generale processo evolutivo..."

Va già meglio. Sembra che almeno qui abbiamo concetti più concreti. Il biologo e genetista inglese, infatti, insiste sul fatto che con l'arrivo del transumanesimo l'uomo resterebbe sempre quello che è, pur acquisendo formidabili capacità utili allo sviluppo dell'intera umanità. Ecco, se dovessi citare una frase ad hoc per sottrarmi alla sfida di definire una volta per tutte il termine transumanessimo, potrei assecondare le affermazioni fornite da Huxley. Ma c'è qualcosa che ancora non quadra. A pensarci bene, il rischio di lasciarsi prendere la mano da forme di assolutismo politico, giuridico, economico e persino mediatico, è grande. Chiunque potrebbe impadronirsi del termine "guidare" citato da Huxley per calpestare la dignità altrui. D'altro canto nessuno ha voglia di sperimentare sulla propria pelle i guasti provocati da un pensiero distorto, pronto a sposare forme autoritarie di selezione di genere, di razza o di qualsiasi altra fattispecie di repressione morale e sociale. Questo implica il fatto che bisogna fare prevenzione, attenersi cioè a nuove norme giuridiche capaci di arginare il peggio sul nascere. Soprattutto se a farne le spese sono ignari cittadini vessati dallo strapotere dei colossi tecnologici che gestiscono il flusso delle informazioni. Ugualmente, negare i vantaggi derivanti dall'uso delle nuove tecnologie è da considerarsi altrettanto folle e controproducente, perché tradisce un senso di inadeguatezza e di bigottismo morale.

In definitiva l'intera faccenda rimane insoluta. Tuttavia, imparare a mediare in maniera critica tra i due estremi potrebbe rivelarsi un'ottima soluzione per fare scelte oculate nei tempi a venire. L'importante è essere vigili, cercando di non ledere nessuno, avendo fiducia tanto nei vantaggi della tecnologia al servizio dell'uomo quanto negli organismi chiamati a normarla. Ma di tutto ciò parleremo meglio un'altra volta.

*Foto in copertina con licenza in Creative Commons by Tara Winstead

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