Culture jamming e Reverse advertising

Verso la fine degli anni '60, la cosiddetta rivoluzione culturale sembrò regalare sogni impossibili a milioni di persone, accompagnato da un singolare clima di libertà di espressione, sete di giustizia sociale, ricerca di nuovi costumi e idee lungimiranti.

A chi oggi ha vent'anni, forse il termine risulterà un po' strambo o quantomeno anacronistico. Tuttavia mi capita talvolta di scorgerne il senso in alcune forme di Reverse advertising cui talvolta ci è dato di assistere girando per le vie delle città. Qui, alzando lo sguardo in alto dove penseremmo di trovare l'ovvio, si nasconde un universo creativo, a tratti bizzarro, costituito da immagini e slogan dalla forte valenza sociale.

Sto parlando del Culture Jamming, (trad. sabotaggio culturale) ovvero di quella forma di 'pensiero contro', che alla violenza aperta preferisce il linguaggio dei media e della pubblicità. I neo attivisti del culture jamming amano stravolgere body copy e pay off pubblicitari. Figure di soggetti a cui è stato tolto un pezzo e aggiunto qualcos'altro, icone cariche di senso indirizzate a chi saprà coglierne il significato nella sua forma più palese e irriverente.

Il movimento del culture jamming non è nuovissimo. Nasce infatti nel 1989 in Canada con la rivista Adbusters, considerata la Bibbia di questa particolare forma di espressione. Da allora il concept culturale continua a mostrare al mondo l'unicità del proprio pensiero. Anche da un cartello stradale appeso poco più su delle nostre teste.

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